L’albicocca vesuviana, nel quadro indicato dalla Regione Campania, è un frutto da tavola e da laboratorio di conserve: vale la pena fermarsi su di essa perché unisce un vocabolario ancora vivo a una dolcezza che invita a succhi e a versioni in sciroppo. Non è un elenco di curiosità, ma un profilo concreto di materia prima e di lingua.

Da un’espressione napoletana deriverebbe crisommole, lemma antico che resta in circolazione per chiamare queste albicocche. Il suono stesso anticipa il morso: polpa che promette zucchero, nome che tiene insieme mercato e memoria senza pretenderne un’origine mitica.

Ricerche recenti hanno confermato, per lo zucchero abbondante, una spiccata attitudine delle albicocche vesuviane a diventare succhi e preparazioni sciroppate. Chi cerca un frutto da trasformare trova qui un orientamento preciso: la vocazione è quella della dolcezza da succo, non un’etichetta da estendere a ogni albicocca d’Italia.