Il Riavulillo* è, in Campania, un nome dialettale: secondo la Regione Campania indica anche un piccolo diavolo. Non è un vezzo da glossario. Quella voce stringe in una sola parola un territorio e un carattere, e merita attenzione proprio perché il dialetto non descrive un’astrazione: mette in scena qualcosa che si porta in tavola, con un’identità campana dichiarata e un’immagine viva, quasi birichina, di diavoletto.
Il gesto che resta impresso è semplice e concreto. Si può gustarlo fresco, lasciando il sapore così com’è, oppure passarlo sulla brace. Il fuoco non è un orpello: serve a esaltarne il sapore, a far uscire contrasto e calore dove il crudo resta più immediato. È una scelta di momento, non una ricetta: il fresco per la franchezza, la griglia per intensificare.
Per orientarsi basta tenere tre fili: è campano e dialettale, porta anche il nome del piccolo diavolo, e il bivio utile è fresco oppure cotto sulla brace per esaltarne il sapore. Da lì si può continuare sulle altre voci campane legate allo stesso registro di mestiere e di tavola, senza allargare il quadro oltre quanto la Regione Campania attribuisce a questo nome.
