Nelle zone alte del Massiccio del Matese, tra i comuni beneventani di Castello del Matese e San Gregorio Matese, la Regione Campania indica un formaggio a pasta filata fatto con latte intero di vacca di animali cresciuti lì. Il latte arriva dalla mungitura di capi nutriti con foraggi del pascolo di montagna, integrati da cereali: un filo diretto tra erba, stalla e caldaia.

Rispetto al caciocavallo le pezzature sono più grandi, a tronco di cono con spigoli arrotondati; il peso si aggira di solito tra due e sette chili e solo di rado supera i dieci. Il ciclo di lavorazione è praticamente identico a quello del caciocavallo del Matese: si aggiunge acqua bollente, le forme modellate si raffreddano e poi vanno in salamoia.

Si presenta con una superficie liscia e lucida, di un paglierino carico, e al tatto la crosta è solida. La pasta, omogenea e compatta, mostra poche occhiature e un giallo paglierino che all’esterno si fa più intenso. Il gusto resta piacevole: a stagionatura uguale è più delicato del caciocavallo e soltanto un poco più piccante. Si lascia maturare per un minimo di quarantacinque-sessanta giorni, e la sosta può andare oltre i diciotto mesi.