C’è un gesto che, in Emilia, sembra più importante della ricetta stessa: stendere a mano la pasta all’uovo fino a un foglio sottile. Un racconto di cucina indica proprio questa terra come casa vera di quella pasta e di quella sfoglia lavorata senza fretta. Prima di tagliare o di riempire, il lavoro è tutto lì: far diventare l’impasto una lastra uniforme, quasi trasparente, pronta a prendere forma.
Da quello stesso foglio nascono destini diversi. Si può tagliare in nastri, come le tagliatelle, oppure chiudere piccoli ripieni, come i tortellini. La tradizione non cambia strumento: resta la sfoglia stesa a mano, e cambia solo il modo in cui la si spezza, la si piega, la si offre al condimento.
Per i tortellini bolognesi il gesto si fa ancora più minuto. Quadratini di pasta si piegano e si avvolgono ad anello intorno al mignolo, un anello stretto che tiene il ripieno e chiede attenzione. Non è un effetto da laboratorio: è un lavoro di dita, di misura, di pazienza, il punto in cui il foglio smette di essere superficie e diventa boccone.
