Il primo movimento è quello della strada. Palline di riso e panelle di farina di ceci appartengono al quadro quotidiano del cibo fritto siciliano: non un rito da calendario, ma un gesto ripetuto, visibile, che si riconosce nel momento in cui l’impasto incontra l’olio. Si cammina, si aspetta, si prende qualcosa di caldo tra le dita. Quella scena non pretende di esaurire tutta la cucina dell’isola; dice soltanto che, nel registro ufficiale dei PAT, arancini di riso e panelle restano due preparazioni nominate a parte, ciascuna con il proprio nome, ciascuna capace di tenere ferma l’attenzione su un morso diverso. La presenza in elenco non chiude il discorso su ogni variante possibile, eppure basta a far partire il desiderio dal concreto: riso da una parte, ceci dall’altra, entrambi nel teatro della frittura di tutti i giorni.
Poi la scena cambia, senza bisogno di inventare un altro paesaggio. Cannoli e cassata aprono un secondo quadro, fatto di involucri fritti, ricotta, pasta di mandorle, cioccolato e frutta candita. Qui il movimento è più lento: si guarda la superficie, si aspetta il contrasto tra la crosta e il ripieno, si segue il modo in cui i canditi e il cioccolato interrompono il bianco della ricotta. Non è una gerarchia tra salato e dolce, è un passaggio di attenzione. La frittura resta, ma si sposta sul guscio; la farina di ceci lascia il posto alla mandorla; il morso di strada diventa un morso che si contempla un attimo di più. Chi legge non riceve una ricetta completa: riceve ingredienti nominati e una sequenza di gesti — friggere, farcire, decorare — sufficienti a far venire voglia di avvicinarsi al banco.
Un racconto storico, e non una fotografia del presente, lega le tradizioni della pasticceria a Palermo e a luoghi della Sicilia occidentale, tra cui Trapani, Alcamo ed Erice. Sono nomi di geografia, non prove che ogni laboratorio lavori ancora allo stesso modo, né che un dolce sia ovunque identico. Servono però a dare un indirizzo al secondo quadro: la ricotta, la pasta di mandorle, il cioccolato e i canditi non fluttuano in un’isola astratta, ma si appoggiano a una mappa occidentale già scritta. Restare fedeli a quel perimetro evita di trasformare un accenno del passato in usanza attuale. Resta, invece, la curiosità di capire come quelle città — nominate così, senza extra — abbiano tenuto insieme il mestiere del dolce.
Tra le due scene non c’è bisogno di un vincitore. Da un lato i prodotti distinti del registro PAT e il cibo di strada fritto; dall’altro i cannoli e la cassata, con i loro involucri e i loro ripieni documentati; sullo sfondo, soltanto storico, Palermo e la fascia occidentale. Il lettore può fermarsi sulla crosta della panella o sul bordo del cannolo, sul riso o sulla ricotta, senza che si aggiunga un sapore non scritto. Quello che manca, volutamente, è la chiusura: quale morso arriverà per primo, e in quale di quei luoghi il racconto dolce si farà più insistente, resta una domanda aperta, da risolvere soltanto avvicinandosi a ciò che è stato nominato.
