Si comincia da un dato concreto, quasi da tavolo da lavoro: le panelle sono fatte di farina di ceci. Non c’è, in ciò che è documentato, un altro punto di partenza. Chi si avvicina lo fa già con lo sguardo sulla polvere, su come una materia così secca possa diventare qualcosa da tenere tra le dita. Non è ancora il morso. È solo l’attenzione che si posa sulla base, e resta lì, in attesa.
Poi arrivano i gesti della forma. Vengono sagomate in pezzi piccoli e piatti, e fritte. Il ritmo cambia: dalla farina al taglio, dal taglio al calore. Si può immaginare soltanto l’attesa di chi sta lì, senza aggiungere passaggi che non sono dati. Resta la curiosità di come quel formato piatto si offra, di come il pezzo lasci il momento della frittura e entri nella mano. Niente di più è dichiarato. E proprio quel niente invita a continuare.
In versioni documentate il prezzemolo compare di frequente come condimento. Un dettaglio piccolo, eppure sufficiente a far guardare di nuovo il pezzo. Non si inventa un aroma, non si racconta un sapore: si nota soltanto che quella nota verde è prevista, in più di una versione. Chi legge può chiedersi quale incontro farà, se il prezzemolo ci sarà o no, e restare su quella domanda senza chiuderla.
La fonte le identifica con la cultura dello street food siciliano. Non un rito da inventare, non una consuetudine da estendere oltre ciò che è detto: un’appartenenza di luogo e di occasione. Il cibo che si incontra per strada, in Sicilia. Chi si avvicina lo fa con appetito e senza conclusione chiusa, come chi sta per tendere la mano e ancora non sa quale pezzo arriverà.
