Il sabato, dopo il pane, il forno del paese aveva ancora un lavoro da fare. Nel racconto di Slow Food su Cortereggio, le famiglie vi portavano i fagioli dentro pignatte di terracotta: il calore rimasto dalla panificazione li cuoceva, e durante la settimana avrebbero insaporito altri piatti. Ogni famiglia aveva la propria pentola, fatta dagli artigiani della vicina Castellamonte.
Prima del forno c’era il campo. Tradizionalmente, spiega la stessa fonte, la piattella veniva seminata insieme al mais. Il fagiolo rampicante si avvolgeva al fusto, che gli faceva da sostegno; alla raccolta si passava tra i filari, staccando i baccelli uno per uno. Il mais sosteneva la pianta, il forno già caldo cuoceva il raccolto: due gesti che aiutano a capire come questo legume entrasse nel lavoro quotidiano.
La piattella è bianca, medio-grande, schiacciata a forma di rene e con la buccia sottile. Il nome compare nell’elenco piemontese dei prodotti tradizionali; Slow Food colloca l’area del Presidio nei terreni di Cortereggio, frazione di San Giorgio Canavese.
La sua conservazione ha anche un nome e una data. Secondo Slow Food, nel 1981 l’agricoltore Mario Boggio consegnò pochi chilogrammi di fagioli alla banca del germoplasma dell’Università di Torino perché ne fosse custodita la semente. Dal sostegno del mais alla pentola di Castellamonte, fino a quei semi affidati all’università, il percorso della piattella attraversa campi, cucine e mestieri del Canavese.
